Sebbene non avesse mai pensato a lungo nella sua vita, aveva iniziato a farlo per colpa delle notti in cui il sonno tardava a farle visita.

Ripercorreva a mente la sua giornata e ripassava i volti che aveva incontrato, persino quelli che avevano fatto finta di non vederla per poter ricambiare il gesto il giorno dopo e pareggiare i conti.

Non aveva un lavoro o, meglio, non ne aveva più uno. Per alcuni mesi si era data da fare in una libreria, lei che amava l’odore delle pagine e delle copertine fresche di stampa. Profumavano di casa e di abitudini piacevoli e rassicuranti.

D’improvviso aveva smesso, non sapeva perché e non sapeva per colpa di chi. Una mattina si era svegliata e non aveva avuto più un mestiere né mansioni né responsabilità né titoli né clienti né libri. Passeggiava tanto.

Di pomeriggio attraversava la piazza, nascosta nel suo cappotto scuro e lungo, con gli occhi bassi e alti per guardare dove metteva i piedi e dove voleva arrivare. Si fermava sempre a metà: lì tra la strada e il cielo, lì tra ciò che era per la gente e ciò che avrebbe voluto essere.

La solitudine le teneva compagnia. Quella non si scandalizzava, non si meravigliava per i suoi gusti estrosi, diversi dagli altri. La diversità, poi, che cos’era? Aveva impiegato tre giorni interi, sacrificando pure le notti di riposo, per mettere in coda, una dopo l’altra, qualche parola che la descrivesse.

Aveva scritto e cancellato, scritto e cancellato di nuovo, strappando una decina di fogli. Fu quando si trovò a gustare con la cannuccia uno yogurt al limone, come se fosse un succo di frutta, che capì la diversità.

Era un numero in più per chi sapeva contare fino a cento. Era il sesto dito di una mano. Era quell’unico capello bianco che si cercava di nascondere. Guardandosi allo specchio, non si sentiva diversa, si sentiva speciale, ma fuori dal suo guscio nessuno o quasi dava l’impressione di pensarla così.

Aveva deciso di farla finita, di uccidersi e non dare più fastidio. Lo confidò una volta a un’estranea su una panchina, lontana dalla sua città. Una signora che non la conosceva, che non sapeva nulla di lei se non il nome.

“Se mi ammazzassi – le aveva detto – farei un favore a tutti”. “Se ti ammazzassi – le aveva risposto – faresti vincere la parte brutta del mondo e non permetteresti a quella bella di apprezzarti così come sei. Che cosa lasceresti di te?”.

Con quella domanda si era alzata ed era andata via. Lei era rimasta ancora un po’, fissando l’asfalto sporco di passi e macchine frettolose.

Non si uccise, scelse di vivere. Decise di essere Anna e non una lapide prematura chiamata Luca.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here