Una prosa raffinata, elegante, che tiene alta l’attenzione del lettore, trascinandolo in una storia forte e carica di tensione dall’inizio alla fine. I protagonisti dell’ultimo romanzo di Elizabeth Jane Howard dal titolo Perdersi, pubblicato da Fazi editore e tradotto da Sabina Terziani e Manuela Francescon, sono Henry e Daisy. Lui è un ultrasessantenne solo, che vive sulla barca di una coppia di amici. Un uomo privo di mezzi, ma non di fascino, che ha vissuto un’esistenza sfortunata e apparentemente segnata dalla crudeltà delle donne. Lei, invece, è una drammaturga di successo, che conduce una vita piuttosto solitaria in un piccolo cottage di campagna con giardino che ha da poco acquistato, dove contempla l’enorme vuoto affettivo che nessun uomo ormai riempirà più, nonostante una parte di lei continui a desiderare di essere amata ancora una volta.

 

Mentre facevo la spesa domandai chi abitasse nel cottage vicino al ponte sul canale. Una signora di Londra che si era appena trasferita, di nome Redfearn. Esisteva per caso un signor Redfearn? Non si sapeva. Ripensandoci, già in quel momento pensavo alla possibilità che la sconosciuta fosse disponibile. Se fosse esistito un signor Redfearn non mi sarei spinto oltre. L’esperienza mi ha insegnato che non ha senso corteggiare le donne sposate, sia che si tratti di un matrimonio serio o anche solo di convenienza, perché bisogna combattere contro la loro buona coscienza – la parte invariabilmente più tediosa – con il rischio che il marito scopra tutto al momento sbagliato. E poi, con tutte le donne che ci sono in giro, non ha senso andare dietro a quelle già occupate. Forse quando ero giovane non coglievo questo aspetto, anzi, la presenza di un marito rendeva l’inseguimento ancora più romantico ed eccitante, e del resto ci sono anche donne – io in vita mia ne ho incontrata una sola – la cui posizione sociale ed economica vale qualsiasi sforzo, anche il più temerario.

 

I due si incontrano sin dalle prime pagine del romanzo, quando Henry si offre come giardiniere e Daisy dapprima si mostra diffidente. Una diffidenza, però, che verrà via via limata dal suo bisogno di affetto e attenzioni, che non le permetteranno di vedere con lucidità quell’uomo. Perdersi è il ritratto magistrale di un plagio psicologico, fissato nero su bianco da una scrittrice che si mette a nudo, raccontando, in forma romanzata ovviamente, un’esperienza tragica vissuta in prima persona.

 

Sono diventata molto pigra. Non lavoro più. Questo mese di giugno è stato meraviglioso e non desidero altro che starmene in giro per la campagna o in giardino. Leggo per il progetto Brontë, e Henry mi incoraggia. «Non vorrei mai che smettessi di lavorare», dice spesso. Una sera siamo andati al cinema e abbiamo mangiato popcorn tenendoci per mano nel buio, poi al ristorante indiano, uno di quelli economici con le sedie scomode e la carta da parati rugosa. Henry ha detto che si sarebbe occupato lui del conto, ma visto che aveva già offerto il cinema ho insistito per pagare il ristorante. Nel conto era inclusa una vodka doppia, così ho fatto notare che avevamo bevuto solo birra chiara, ma Henry ha detto che l’aveva presa lui mentre ero in bagno. Mentre tornavamo a casa, di punto in bianco ha detto: «Quando saremo sposati ti porterò in India così potrai cavalcare un elefante». Ho detto che non ci saremmo sposati. Si è girato verso di me e mi ha posato la mano sul seno. «Non hai ancora cambiato idea? La prospettiva di sposarci non ti attira neanche un po’?». Non so perché, ma per la prima volta in tutte queste settimane passate insieme ho provato un brivido, una sensazione raggelante.

 

Un romanzo che parla della ricerca dell’amore, di sbagli, di matrimoni finiti. Un libro che cresce di intensità e che si manifesta al lettore come reale e possibile. È una storia che potrebbe appartenere a ciascuno, un libro in cui si corre il rischio di rivedersi o rivedere qualcuno, forte anche per questo. Una lettura incalzante, che spinge alla fine con interesse.

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